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domenica 7 aprile 2013

Anna Karenina, scelta discutibile

Anna Karenina: romanzo splendido che tutti dovrebbero leggere.
Anna Karenina (2012): film godibile, di durata (miracolo!) contenuta ma complessivamente esaustivo della trama e dei sentimenti da esprimere, che fila dritto come un treno (cit.) senza farti guardare l'orologio con ansia ogni mezz'ora.

MA (e c'è un grosso ma)

Senza voler discutere le doti interpretative del sig. Aaron Taylor-Johnson; metti che te l'anno prima hai visto Kick-Ass; con che spirito riesci a guardare in faccia l'affascinante, elegante, misterioso, valoroso [secondo il romanzo] Conte Vronskij, dopo?




mercoledì 29 agosto 2012

Film dell'anno 2011/2012

Stasera ho visto (al cinema sotto le stelle, yucu') il film dell'anno (stagione) 2011/2012: non ho sotto mano l'elenco dei 150 film che ho visto, né ho voglia di andarlo a prendere, ma se non mi viene in mente un altro film più clamoroso vuol dire che ho ragione: Piccole bugie tra amici è il film dell'anno. Il regista non ricordo chi è, ora mi fa fatica cercare anche quello.
Comunque: una versione anni '10 de Il grande freddo, ma meno stronzata-anni-80, meno nostalgico-naif, meno pieno di luoghi comuni. Sicuramente tanto più divertente, spesso esilarante. L'aspetto che più lo distingue da IGF è secondo me che l'analisi dei personaggi non è tanto basata su cosa fanno nella vita, quanti figli hanno, etc ma semplicemente sulle loro personalità ed emotività. Sembra una boiata ma pensateci bene: non lo è affatto!

A proposito di ilarità: eravamo contornati da varie checche isteriche (varie, almeno 5!). Siccome si rideva e di gusto, e io in particolare sono una che ama ridere, la persona accanto a me dopo poco mi fa: "ma trova tutto così divertente? Fa così tanto ridere?", al che io rispondo: "Sì, tanto, ma è un problema?" - risposta: "No, no". Allora mi domando perché non viene mossa la stessa obiezione a tutte le cento persone che stanno ridendo insieme a me. O meglio: visto che siamo in cento a ridere, forse dovresti ridere anche te, invece di blastare me. Vabbè.
Durante l'intervallo vado in bagno, ma al mio ritorno vengo a sapere dal mio compagno di visione (ho ancora qualche difficoltà ad identificarlo come mio marito...) che la solita persona di prima, appartenente al gruppetto di cui sopra, ha redarguito le due povere signore sedute dietro a noi: "Ma insomma, cosa c'è così tanto da ridere, si può sapere?! Se volevo stare in mezzo a questo chiasso andavo sulla Sala [notoria piazzetta della movida pistoiese], stasera!"
Menomale io non c'ero... Chi mi conosce può temere il perché.

lunedì 17 ottobre 2011

There is a man, a certain man...

Volevo scrivere un post sul film che ho rivisto di recente, Citizen Kane (misteriosamente tradotto in Italia come Quarto Potere) ma mi rendo conto che è stato già scritto così tanto in merito, e che si possono dire solo cose un po' banali; ora non mi rimane che camminare in punta di piedi e bisbigliare, come in chiesa.

Orson Welles scoprì giovanissimo questo meraviglioso giocattolo (a quei tempi ancora relativamente nuovo) che è il cinema e, eccitato per la grande scoperta, entusiasta per tutto l'amore che nutriva nei suoi confronti, forse anche un po' vittima di un sentimento di horror vacui, decise di fare un film dove ci stava dentro tutto il cinema che si poteva fare per quei tempi.
Divertitevi ad osservare tutte le tecniche cinematografiche presenti nel film: ci sono tutte, tutte o quasi. Astraetevi dal racconto, osservate le immagini, osservate la sovrapposizione della stessa faccia col passare degli anni in scene e situazioni diverse, osservate l'obiettivo che mette a fuoco quello che sta sullo sfondo mentre qualcosa campeggia in primo piano, osservate la cinepresa entrare in casa dalla finestra.

Anche la storia meriterebbe una bella riflessione, e comunque l'hanno già fatta in moltissimi. Io volevo solo dire che la vicenda umana di un grande uomo ricco e solo, per quanto sia uno schema che si vede e si rivede nella storia da sempre, fornisce sempre spunto per riflessioni mai banali.

Questo film va guardato, possibilmente, in lingua originale...

martedì 20 settembre 2011

Taxi Driver

Lo so che arrivo ultima, ma finalmente anche io ho visto Taxi Driver.
E smettiamola di guardare i film doppiati: l'ho visto in lingua originale ed è - come sempre - tutta un'altra storia.

La colonna sonora è veramente notevole. No, via, notevole è dire poco... E' parte integrante della narrazione. Contribuisce decisamente a farmi entrare in questo clima di solitudine, incertezza davanti all'estraneo, lassismo morale, artificiosità dell'esistenza che permea un po' tutti i film fatti bene e seri (non Sex and the City, per intendersi) che descrivono la vita a New York.

Quando guardo codesti film, appunto, mi viene da pensare che l'uomo sia un prodotto artificiale, fatto per vivere in un ambiente da lui stesso creato artificialmente, mi fa pensare tanto ai droidi di Blade Runner. Esiste la verdura a New York? Verdura fresca, intendo. E la frutta? Colte dove? A quante centinaia o migliaia di km di distanza? Portate fino alla grande metropoli con l'aereo, col treno...? Quindi che senso ha vivere come se il mondo naturale non esistesse, in un sotto-mondo a misura di uomo "moderno", se poi se ne continua ad avere bisogno... se poi bisogna far venire il mondo naturale da lontano, con artifici e complicazioni...

E se si scava sotto a New York, sotto l'asfalto e le gallerie, si trova la terra? E su questa terra si potrebbe piantare un seme? Ma da questo seme nascerebbe qualcosa o questa terra è ormai sterile?

Eppure, in codesto ambiente artificioso e sterile, alienante, de-emozionante, gli uomini continuano a provare sentimenti e a vivere da uomini. Ovviamente non tutti ci riescono, e chi ci riesce sembra avere "qualcosa in più".

Alla fine il tassista uccide il protettore della giovane prostituta e tutti quelli che facevano parte del losco giro di sfruttamento. Mi aspettavo di vederlo finire in galera, invece diventa un eroe nazionale.
Ancora una volta, non riesco a capirli, loro lì.

giovedì 21 luglio 2011

Mera massa corporea

"Le piacevano gli occhi di Robbie, minuscole chiazze non mescolate di arancio e verde, che il sole diretto rendeva ancora più distinte. E le piaceva anche che lui fosse così alto. Le pareva una combinazione interessante in un uomo, l'intelligenza e la mera massa corporea. Cecilia aveva tra le dita la sigaretta e lui gliela stava accendendo."

Espiazione, Ian McEwan

La grandezza di uno scrittore si determina anche dalla sua capacità di dipingere un'immagine nitida e precisa con poche pennellate. Siamo bravi tutti a scrivere paragrafi e paragrafi...

Qui invece, con molte pagine di anticipo, (e un paio di scene di anticipo, nell'ottimo film di Joe Wright) ho avuta, in poche righe, la netta sensazione che Robbie fosse quello che poi si rivelerà.
Ovvero, un ragazzo assai intelligente, volonteroso di farsi strada nel mondo emergendo nella professione di medico; ambizioso nonostante le origini umili.
A questo si abbina la oltremodo gradevole visione di James McAvoy in camicia e pantaloni da lavoro, a bordo fontana, prima; in camiciola, poco dopo, in camera sua, mentre si lascia andare a fantasticherie varie sul corpo di Cecilia, quel corpo che tanto desidera da tanto tempo.

Ecco, un uomo intelligente e colto, ma anche con tanta fisicità che trapela dai vestiti, abbinata a tanto bisogno di esprimersi sul piano sessuale - ovviamente perché c'è già una donna speciale e ben precisa, destinataria ideale di tale bisogno -, è una cosa che non vedo spesso. Ma che cerco spesso, o perlomeno cercavo, in passato.
Quando la vedo mi colpisce sempre molto, è sempre stata una delle mie fisse.

Peccato che uno dei casi più notevoli che ho incontrato di questo genere di uomo sia mio cugino!

martedì 21 giugno 2011

Everybody's talking at me, I don't care what they say...

Dopo la visione di Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy) rifletto sulle seguenti cose.

1) I paesaggi sterminati e desolati del sud degli Stati Uniti, dove alla natura brulla e alle costruzioni basse non si uniscono mai e poi mai edifici storici: com'è quindi possibile per queste persone sviluppare interesse per il passato, e non essere invece solo e completamente proiettati sul futuro?
2) L'incrollabile buonumore e ottimismo (direi anche candida bontà) del protagonista, incarnazione della american way of life, il quale mastica gomma anche nei momenti più tristi e difficili, come se lo sceneggiatore volesse ricordarci che comunque lui è americano e se la caverà. Di dove gli proviene tutto questo e così tanto, perdio?
3) L'impatto con la città frenetica (NYC) affascina e mette in soggezione, ma chi vuole ce la farà a trovare la propria strada, in un modo o in un altro.
4) I viaggi in pullman che durano 30 ore per attraversare il proprio paese a noi sembrerebbero viaggi della morte, invece lì sono metodi di spostamento usuali.

Non mi ricordo se c'era altro, ma già tanto basta a farmi pensare, ancora una volta, che noi (io) non potremo mai veramente comprendere questo popolo. Troppa distanza ci divide, e non è una critica, è una constatazione. Provare ad immedesimarci è tempo sprecato: vivere la loro vita sarebbe l'unico modo per capirli.

lunedì 28 marzo 2011

Perdu dans traduction

Ho saputo che gli americani (e chi, sennò) hanno fatto il remake di un ottimo, secondo me intraducibile film francese del 1998: La cena dei cretini. E' incredibile come questo popolo (gli americani, non i francesi) non riesca ad apprezzare la sagacia altrui; e dire che noialtri, per esempio, usiamo come espressione proverbiale "humour inglese".
Appunto per questo motivo, vi consiglio di vedervi il gustoso film nella versione originale; e, se sapete anche un po' di francese, meglio ancora in lingua originale.

Ricordo quando parlai di questo film a un mio temporaneo compagno di università, studente erasmus da Parigi. Gli dissi che si intitolava "Le diner de cons", pensando che non avrebbe capito se gli avessi detto il titolo in italiano. Allora lui, con traduzione istantanea, se ne esce con: "Ah, La cena degli stronzi?". Al che io: "Sì, beh, pensandoci bene..."

giovedì 30 dicembre 2010

Il grande Cinema/2

Bazil ha un taglio orizzontale sulla fronte perché ha subito un'operazione in cui hanno tentato di asportargli una pallottola conficcata nel cervello. Appena torna a casa dall'ospedale la vicina, che non sa niente di quello che gli è capitato, lo incontra in cortile e gli fa:

"Bazil! Ma che ti è successo stamani? Ti sei pettinato con l'apriscatole?"

Un'altra frase di questo fantastico film mi preme in questa sede ricordare: "A buon intenditor, ciao."

Consiglio a tutti la visione dell'ottimo "Il piano esplosivo di Bazil" di Jean Pierre Jeunet.

lunedì 25 ottobre 2010

Se qualcuno l'ha visto in italiano, me lo racconta, per favore?

Acquistato coi soliti sistemi il film "London River" del 2010, con la superba Brenda Blethyn, ma mi mancano i sottotitoli (perché io quando compro un film su internet lo compro sempre in lingua originale). Non riesco a trovare i sottotitoli, ma mi dico: via, che sarà mai. E' un film inglese, l'inglese lo capisco meglio dell'americano, sarà l'ora di cominciare ad abbandonare questa coperta di Linus?
Molto bene.

Dopo poco dall'inizio del film la nostra eroina fa l'incontro del coprotagonista, un africano proveniente da non so quale ex-colonia francese. Lui non parla inglese. Sfortunatamente per me, lei però parla francese, e per venirgli incontro parlano tutto il tempo in francese. Io non so il francese.
Quindi di tutto questo film comprendo il 30% dei dialoghi, il resto lo provo a indovinare dall'assonanza francese-italiano, dall'assonanza inglese-tedesco (sottotitoli tedeschi sovraimpressi) ma ovviamente non so neanche il tedesco, o per meglio dire non lo indovino affatto.

A un certo punto il vecchio africano viene interrogato dalla polizia, ma la sfortuna (ancora) vuole che il poliziotto sia una specie di pied-noir, uno che ha vissuto in Africa, musulmano per giunta, in definitiva è un francofono. E così per mettere a suo agio il vecchio, gli parla in francese. Poi entra Brenda Blethyn e il poliziotto, in inglese, le fa: "il vecchio qui non parla inglese quindi le tradurrò cosa mi ha appena raccontato". Evvai!, dico io.
SFORTUNATAMENTE (ancora), Mrs. Blethyn gli fa: "non si preoccupi, parli pure francese, io il francese lo so".

Ma io NO.

mercoledì 7 aprile 2010

Il Grande (?) Cinema/1

Dionne: (ironica) cher l'ha messa sotto spirito per Luke Perry...
Tai: (sbalordita) cioè sei ancora vergine?!
Cher: (risentita) lo dici come se ti facesse ribrezzo!
Dionne: in effetti, è più carino dire "hai l'imene inespugnato".
Cher: sentite, io non lo voglio fare finché non ho trovato la persona giusta. Avete visto come sono esigente con le scarpe, e quelle le porto ai piedi.

Ragazze a Beverly Hills, di Amy Heckerling, 1995.

giovedì 4 febbraio 2010

Da rivedere 2001 volte

Ho appena finito di rivedere "2001 - A space Odyssey".
Data la mostruosa lunghezza del film (e io di solito non sopporto i film più lunghi di 100 minuti) mi ero proposta di guardare al ffw le parti puramente "descrittive": ovvero quelle lunghe scene in cui la musica e le immagini la fanno da padrone, ma in pratica non "succede" alcunché. Così, facendo un preventivo, avrei dovuto impiegare 1 ora anziché 2 ore e 20. E' andata a finire che ho impiegate più di 2 ore e mezzo.
Che ve lo dico a fare: la potenza di suggestione di quelle scene che volevo tagliare va ben oltre la mia volontà di passarle rapidamente. Credo che se fossero state infarcite di messaggi subliminali, avrebbero potuto convincermi a fare di tutto e di più!

Kubrick a proposito di questa sua creatura ha commentato:
« Se qualcuno ha capito qualcosa, ciò significa che io ho sbagliato tutto. »
Ecco, in effetti la scena finale non l'ho capita: chi di voi può dire di esserci riuscito? Ma a me va bene prenderla per quello che è: una serie di immagini suggestive e simboliche (?), e non capirla affatto.